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Il Poliziotto è Marcio (1974)

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Descrizione

Il commissario Malacarne è un brillante funzionario della questura milanese. Nessuno sa che è però colluso con gli ambienti della malavita da cui riceve ingenti somme di denaro. Quando suo padre, maresciallo dei carabinieri, viene a conoscenza della sua doppia vita lo allontana da sé. Malacarne è però sempre più coinvolto in traffici illegali e la sua vita è in pericolo. A meno che il genitore non gli consegni un prezioso documento.
Siamo dinanzi a un film di cui si erano perse le tracce e che solo a trent'anni dalla sua sparizione è possibile tornare a vedere. L'interesse di questa rivisitazione sta soprattutto nella contestualizzazione del film. Luc Merenda all'epoca era uno degli esponenti della prima fase di quello che sarebbe stato definito il "poliziottesco all'italiana" e che avrebbe visto in Maurizio Merli il suo vessillo.
Merenda aveva, tra gli altri, lavorato a un film che già nel titolo dava voce alle ansie di quella 'maggioranza silenziosa' che vedeva nella contestazione del '68 e nelle sue conseguenze sul piano sociale e del costume un pericolo da combattere con tutti i mezzi. Il film di cui sopra era Milano trema: la polizia vuole giustizia in cui il commissario Caneparo, dai metodi spicci, cercava vendetta per la morte di un collega. Ora Merenda, sostenuto da un titolo altrettanto esplicito, si colloca sul versante opposto. Il suo Malacarne è ambiguo e corrotto, ogni principio morale per lui è morto. Non sono lontani i tempi di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Di Leo non solo ne mutua due grandi interpreti come Salvo Randone e Gianni Santuccio ma fa dire al suo commissario che nessuno potrebbe dubitare di lui. La vicenda è innervata da una consapevolezza precisa del contesto dell'epoca. Al questore viene fatto elogiare il ripristinato 'fermo di polizia' e quando si parla di retate a effetto i 'capelloni' non possono mancare tra i fermati. Per chi ama l'azione poi (oltre alle sparatorie) ci sono due spettacolari sequenze di inseguimento in auto di cui chi conosce la zona dei Navigli potrà ancor più apprezzare le acrobatiche evoluzioni. Se il confronto tra padre e figlio a tratti assume gli accenti della sceneggiata alla Mario Merola ad ammorbidire i toni ci pensa Vittorio Caprioli (lui sì napoletano doc) nel ruolo di un meridionale che ama più il suo gatto che quella Milano 'incivile'.

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